2.Per la strada

marzo 10, 2010

“La “neurologia da strada” ha, in realtà, rispettabili precursori. James Parkinson che, come Charles Dickens quarant’anni dopo, amava passeggiare in lungo e in largo per Londra, individuò la malattia che porta il suo nome non nel suo studio ma nelle brulicanti strade londinesi. Il parkinsonismo, anzi, non lo si può osservare e comprendere a fondo all’interno di una clinica; esso ha bisogno di uno spazio aperto che impone una complessa interazione, per rivelare  appieno il suo carattere peculiare, i suoi impulsi primitivi, le sue contorsioni, pietrificazioni e perversioni. Deve essere osservato, compreso appieno, nel mondo, e se ciò è vero per il parkinsonismo, tanto più la , tanto più lo deve essere per la sindrome di Tourette. Una straordinaria descrizione in prima persona di un ticqueur imitatore e grottesco in azione nelle strade di Parigi si trova in Les confidances d’un ticqueur, che fa prefazione allo splendido libro di Meige e Feidel, Les Tics (1901); Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge ci dà un breve ritratto di un ticqueuer manieristico, anch’egli osservato nelle strade di Parigi. Così, la grande rivelazione per me non fu solo di vedere Ray nel mio studio, ma ciò che vidi il giorno seguente. E una scena in particolare,  fu così straordinaria che ancora oggi è vivida nella mia mente come il giorno in cui vi assistetti.
Il mio sguardo fu attratto da una donna sulla sessantina, coi capelli grigi, che a quanto pareva stava suscitando intorno a sé un vero e proprio scompiglio, benché a tutta prima non riuscissi a capire che cosa stesse succedendo che cosa in lei causasse un simile trambusto. Era un attacco di convulsioni? Che cosa mai la sconvolgeva anche tutti quelli davanti ai quali passava digrignando i denti e producendosi in una serie di tic?
Quando fui più vicino capii. La donna imitava i passanti, per quanto “imitare” sia forse un termine troppo scialbo, passivo. Sarebbe piuttosto il caso di dire che metteva in caricatura tutte le persone che incrociava. In un secondo, in una frazione di secondo, li “coglieva” alla perfezione. Ho visto infinità di mimi e pantomime, di clown e di pagliacci, ma niente eguagliava l’orribile prodigiosità di ciò che stavo vedendo in quel momento: un riflesso speculare praticamente istantaneo, automatico e convulso di ogni viso e di ogni figura. Ma non era una semplice imitazione, cosa che già sarebbe stata straordinaria. La donna non solo assumeva e faceva propri i tratti di innumerevoli persone ma li distorceva in modo caricaturale. Ogni riproduzione era anche una parodia, una presa in giro, un’esagerazione in sé non meno convulsa che intenzionale, poiché era la conseguenza della violenta accelerazione e distorsione di tutti i suoi movimenti: un sorriso lento, mostruosamente accelerato diventava una violente smorfia che durava un millisecondo; un gesto ampio, accelerato diventava una mossa convulsa e grottesca.

[Tratto dal racconto La posseduta in
Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un capello, Adelphi 2008, pag 167-168.]

Lisbona, in fin dei conti, era piena di personaggi di questa natura. Le strade davano tutto quel materiale che potesse servire ad un particolare antropologo interessato a malattie, da quelle mentali a quelle più corporee. La dicotomia mente-cervello è una trama complessa da osservare. La posizione più logica in questo inizio di secolo sarebbe quella in cui le due teorie sulla mente, quelle che vanno per la maggiore, si fondessero in una grande teoria e arrivassero a sintesi – cosa che non è da escludere, visto il normale progredire delle scienze e il carattere integrativo del metodo impiegato – così da poter inserire il cervello e la mente in quel complesso immaginario di ipotesi, strutture, funzioni e meccanismi che permetta di sciogliere e riannodare quel nodo gordiano che tiene legato mente e cervello, materia e spirito, corpo e anima.
Lisbona era piena di individui al limite della patologia, altri erano proprio malati, accanto alla patologia clinica questi soffrivano di quella malattia sociale incarnatasi nella loro esistenza di tutti i giorni, povertà, miseria, freddo, caldo e sudiciume. La maggior parte di essi dormiva per strada. Quella donna, che vestita sempre con un cappotto e con molti indumenti, in piena estate, girava per le strade di Lisbona, aveva sempre qualcosa da blaterare fra quei denti stretti. Una volta si era beccata un pugno da un ristoratore della Baixa che l’aveva trascinata in strada, molto probabilmente infastidiva con il suo tanfo  e con le sue parole i turisti che si erano appena seduti a cena. Questa rotolò a terra, andando a finire ai piedi suoi e di Arturo in Praça do Figueira. La aiutarono a rialzarsi, Arturo le chiese come stava, disse bene, li ringraziò e riprese a gironzolare per il Rossio. Vi era un altro che al primo impatto, lo aveva fatto trasalire. La sua schiena era stata percorsa da un brivido freddo, il respiro si era fermato, il cuore rallentato per poi tornare a battere accelerando il suo ritmo fino a spegnersi in quella tristezza che aveva colmato la sua coscienza quando aveva incontrato per la  prima volta lo sguardo di quell’uomo. Non vide gli occhi che erano infossati in quella massa informe di pelle, protuberanze mollicce che si muovevano sobbalzando ad ogni suo passo. Venne poi a sapere che quello era soprannominato il mostro di Rossio e che fin da giovane soffriva di quella patologia, la neurofibromatosi ripresa magistralmente nel film di Lynch, quell’Elephant Man che aveva segnato il suo percorso culturale in giovane età. Gli avevano detto che questi non era sempre stato così, all’inizio non aveva tutte quelle escrescenze, ogni giorno queste crescevano, cellule impazzite che costruivano quell’ammasso di pelle flaccida – ancora non aveva approfondito l’eziologia di quella malattia, bastava solo che si informasse…non era di certo impresa ardua. Forse prima, questi aveva una vita normale e forse non viveva pure per strada. Credo che la previdenza sociale qualcosa abbia fatto, oppure era uno dei tanti che dormiva in Praça do Comercio e che non aveva mai intravisto perché tutti quelli che dormivano per strada coprivano il loro volto. Almeno di notte, nessuno lo guardava per distogliere poi lo sguardo, con ribrezzo e disgusto. Del resto, quello era il suo volto e la reazione degli altri, almeno al primo momento poteva essere perdonata: forse una risposta fisiologica, evolutivamente conservata. All’epoca doveva essere dura, l’esplorazione del mondo che l’uomo stava colonizzando non era certo priva di creature spaventevoli e pericolose…