1.In ordine sparso

gennaio 14, 2010

In fin dei conti un neuroscienziato non deve per forza di cose essere uno scienziato come lo si intende oggi, o come lo si è inteso fino a poco tempo fa. Un neuroscienziato può benissimo occuparsi di un giardino, senza dover per forza badare alle fondamenta e alle mura di quella casa in perenne costruzione, fra restauri, crolli e demolizioni così da dare quel tocco di colore a quella grigia materia in continuo rimodellamento.

Di strada ne è stata fatta dal brodo primordiale. Si è colonizzata la terra e  poi si è colonizzata la mente o quell’etere, o aere inconsistente, che trascende la materia e che potrebbe essere funzione e meccanismo allo stesso tempo: pensiero. Poi c’è quel che ne rimane attorno, quel che si forgia e si fonde in quel crogiolo di non si sa ché.

Si può cercare di addolcire la medicina, un po’ come la nonna che prepara la medicina al nipote ricorrendo a qualsiasi espediente per render saporita la broda. Ma di nonna qui non si tratta, essendo anagraficamente parlando – meglio scrivendo – il protagonista un giovane sguattero della conoscenza, uno che ci è appena avvezzo: uno che se la cava ma che per un motivo o per l’altro si è scelto quell’angolo di giardino da personalizzare con le sue piante, i suoi fiori, delle pietre e qualche animaletto raccattato qua e là.

Non viveva solo in giardino, la sua vita infatti prevedeva ben altri luoghi, altri posti dove risiedere:  un castellaccio e una taverna che era solito frequentare. Non era di certo una reggia, ma non era neppure una bettola di un piccolo borgo qualsiasi alle pendici di un monte. Poi c’era il fiume dove era solito fermarsi fumando la pipa che suo nonno gli aveva lasciato in eredità e pensare al da farsi e a quel che non avrebbe fatto. Abitava in una piccola casupola alle pendici del monte dove un piccolo giardino con una siepe zizzagante lo conduceva all’ingresso da dove entrava attraverso una normale porta con accanto una finestra e se rincasava a notte fonda, si poggiava allo stipite, cercando a tastoni l’interruttore della lampada. Entrava poi in camera, si sedeva alla scrivania prima di andare a coricarsi – tranne in alcuni casi quando saltava la parte della scrivania per distendersi direttamente fra i suoi sogni – e leggeva qualche pagina scelta fra i libri sparsi a caso, in casa.

Seguì il suo ordine sparso, anche in quella sera e raccolto un libro da terra, sedutosi in poltrona, si immerse nella lettura.

[…]Il sistema nervoso, se non può tollerare un’eccessiva inattività, si ribella anche alle pressioni di un eccesso di attività. Il sesso tranquillizzante è l’altra faccia del sesso occupazionale. Anziché essere contro la noia è contro l’agitazione. Di fronte ad una dose eccessiva di stimoli strani, contrastati, inusitati o paurosi l’individuo cerca di evadere compiendo attività familiari e rassicuranti che servono a calmare i suoi nervi sconvolti. Quando le pressioni della vita sono eccessive, la vittima può tranquillizzarsi ricorrendo ad azioni che gli daranno notoriamente la soddisfazione di una perfetta ricompensa.  In questa situazione di tensione e di iperattività, egli non sa portare niente alla conclusione. Si trova trascinato da una parte all’altra, senza mai potere risolvere i propri problemi a causa delle continue interferenze e della confusione che bloccano il suo cammino. Le sue frustrazioni aumentano al punto che qualsiasi atto familiare, per quanto irrilevante rispetto alle sue maggiori preoccupazioni, assicurerà uno sfogo gradito a patto che egli possa compierlo senza ostacoli. 
Azioni banali come fumare una sigaretta, masticare gomma o bere qualcosa contribuiscono a placare l’ansioso. Nello stesso senso agisce il sesso tranquillizzante. Il soldato in guerra in attesa della battaglia o il dirigente industriale in piena crisi possono cercare una pace momentanea tra le braccia di una donna. Il coinvolgimento emotivo personale può essere ridotto al minimo e le azioni a stereotipi. In un certo senso, quanto più la cosa è automatica tanto più è riuscita, poiché il cervello è già sin troppo affaccendato e cerca soltanto semplicità. 
Simile a questa è l’attività animale detta “ di sostituzione”. Quando due animali rivali s’incontrano ed entrano in conflitto, ognuno vorrebbe aggredire l’altro ma ha paura di farlo. Il loro comportamento è dunque bloccato e in questa condizione di repressione e frustrazione possono scostarsi per compiere azioni semplici e irrilevanti come agghindarsi, mangiucchiare qualcosa o giocherellare con le pagliuzze del nido. Queste azioni sostitutive, ovviamente, non risolvono il conflitto che le ha originate, ma interrompono per un momento la tensione. Se c’è nelle vicinanze una femmina, può accaderle di essere rapidamente montata e, come accade tra gli esseri umani, è di solito un’azione semplice e stereotipata.[…]

Desmond Morris, Lo zoo umano, Arnoldo Mondadori Editore, 1970.